Per il papa questo ed altro …
Per assicurarsi un posto privilegiato lungo il percorso di
Francesco nella città di Cagliari occorreva portarsi, ben presto la mattina, al
settore di cui si era ottenuto a fatica, i giorni prima, il relativo pass.
C’era chi vi si era recato già dalla notte del sabato e poteva così bivaccare a
ridosso delle transenne di confine al percorso del papa, sotto ad uno dei tanti
maxischermi piazzati in città già da una settimana.
Io e Rita ci avviavamo da casa poco prima delle otto, una
sola ora d’anticipo sull’orario di chiusura degli accessi ai settori. Avevamo
ottenuto uno dei settori di fronte alla basilica della Madonna di Bonaria, con
il mare di Su Siccu alle spalle, all’ombra del boschetto di pini e palme
washingtonie, lungo il tragitto che l’immagine di Bonaria dal mare
era stata portata al colle dove sarebbe stato innalzato il suo santuario. Quella
volta il mare non ci aveva portato disgrazie … tutt’altro!
Io mi ero premunito, ad ogni buon conto, di 4 biglietti dei
bus cittadini ed avevo comprato due sgabelli. Me li mettevo entrambi sulla
spalla destra, già che la possibilità di portarli a tracolla in spalla l’avevamo
scartata: le gambe non assicurate confliggevano con la presumibile calca …
dovevo tenerli ben stretti con braccio e mano destra. Rita portava uno zainetto
con due bottigliette d’acqua, due cappellini ed anche due leggeri gilè. Gli
sgabelli servirono oltre che a noi a dei nostri vicini sprovveduti, i capellini
erano superflui all’ombra di una splendida washingtonia, contornata da pini
maestosi, dove ci eravamo insediati, i gilè li cancellammo dal ricordo per non
farci sentire più caldo di quanto già non ci fosse e le bottigliette d’acqua le
riportavamo intonse a casa. Nelle quasi quattro ore di permanenza ci veniva
offerta acqua almeno cinque volte dai numerosi volontari che circolavano tra la
folla. I biglietti, poi, ce li ritrovavamo intonsi, grazie alle numerose navette
messe a disposizione, gratuitamente, per l’evento.
Quattrocento mila o giù di lì
la presenza, secondo le identiche valutazioni di tutti i
giornali. Non ero in grado di valutare da me nemmeno la presenza nei settori
fronteggianti la basilica. Mi risultava, nella commozione crescente,
un’operazione inutile che mi avrebbe solo distratto. E i numerosi cartelli che
richiamavano i paesi meno conosciuti della nostra isola, oltre ai diversi e
numerosi cappellini che individuano associazioni, club, gruppi, ed agli
striscioni di benvenuto ed, infine, un gruppo in abbigliamento identico blu che
sapevano di Gran Bretagna, mi facevano apparire il conteggio un’operazione
insulsa. L’avrei, volendo, potuta valutare, la presenza, anche il giorno dopo,
quando la folla che riempiva densamente le diverse sezioni dell’area, sarebbe
ritornata alle occupazioni di sempre.
Ma la sensazione era quella di essere parte minuscola di
una massa enorme che all’unisono applaudiva i passaggi toccanti dei discorsi di
Francesco o assieme a lui recitava le preghiere, e non solo quelle della messa.
E questa era il momento spirituale clou, con il papa al centro della schiera dei
vescovi di Sardegna, la papalina candida tra i numerosi zucchetti rossi, la
Madonna a lato dell’altare piazzato nel sagrato, con i padri Mercedari custodi
del santuario che ora custodivano l’emozione dell’incontro.
I malati erano dappertutto, ma una significativa schiera, i
più provati, erano in basilica, i lavoratori senza lavoro venivano a contatto
con Francesco già nel primo dei due padiglioni, ossia quello del Largo Carlo
Felice, che precedeva nel programma quello di Bonaria e che avrebbe poi chiuso
con la visita di oltre dieci intense ore pastorali.
La mancanza di lavoro toglie dignità
alla persona che non può portare a casa il pane ottenuto
con il lavoro. E’ stata questa la denuncia del papa, accolta da lacrime nei
visi anche più duri dei cassintegrati del Sulcis, visi abituati a ben altro e
che nelle parole di Francesco vedevano confermato il loro disagio psichico, il
loro malessere profondo, quello di sentirsi senza speranza, di non intravedere
futuro per sé e per i loro figli. Ma … non fatevi rubare la speranza …
soggiungeva il papa e l’avrebbe ridetto più volte ai giovani, quasi un
intercalare tra numerose considerazioni, suggerimenti, inviti, veri colpi di
sprone ai giovani.
E poi dava maggior risalto a questo invito scagliando un
anatema contro l’idolo del mondo … il denaro … che si sostituisce alla
persona, alla famiglia, alla comunità, al popolo. E rientrava in questa
passaggio il riferimento alla strage in una chiesa pachistana di decine di
fedeli che assistevano alla messa, immolati al dio denaro da poveri illusi
insani kamikaze, comandati da menti perverse. I soldi chiamano soldi, la
violenza chiama violenza … a che serve tutto questo? … ribadiva Francesco.
Ne avrebbero parlato tutti i giornali sardi, italiani e del
mondo, i social network, se ne sarebbe parlato ai bar, al lavoro e si sarebbe
manifestato nella ripresa delle manifestazioni dei senzalavoro di fronte al
palazzo del consiglio regionale della Sardegna solo due giorni dopo per
continuare i due giorni successivi.
Iniziavo a trascrivere queste emozioni la sera stessa di
domenica ma nei giorni successivi affioravano altri ricordi o, meglio, più
definite letture dei ricordi e commenti e fatti si succedevano, chiarendo sempre
di più il messaggio papale.
Perché le parole di Francesco sembravano e sembrano
semplici, immediatamente intuibili, perché dirette, senza fronzoli, un
linguaggio tra amici da sempre ed allora al momento si resta soddisfatti, ma poi
ci si ritrova sorpresi da sempre più cogenti letture. Il suo non è un semplice
educato interloquire di un impiegato della chiesa, come lui definiva
quello del pastore che consola, il suo è un inveire contro i falsi idoli ed al
contempo uno sprone a non cadere nella trappola di essi.
E nell’incontro del pomeriggio con i giovani si scaglia
contro i venditori di morte: … voi mi capite … non è vero? … e giù
uno scroscio di applausi di assenso. Ma non è solo un inveire, il suo, contro i
falsi idoli, il suo è una chiamata alle armi, a ribellarsi, e non serve per ciò
la violenza, è sufficiente il rifiuto … aiutiamoci ad aiutare … !
Non sono parole vane
le sue, semplici affermazioni, riletture con parafrasi di
passi del vangelo. E’ un agire come Gesù nel tempio … è solo in apparenza una
violenza … una violenza necessaria … è non porgere l’altra guancia a chi ti
schiaffeggia … è reagire … è agire! Ecco perché aiutarci ad aiutare, ossia
essere compatti nella reazione. Il male si sconfigge così.
Ed allora chi è sano e bene intenzionato deve fare politica
… lo aveva detto non a Cagliari ma l’eco riecheggiava anche domenica, quando
faceva riferimento ai politici giovani, in ciò forse richiamato dalla presenza
del sindaco Zedda, con solo trentasette anni il più giovane che mai Cagliari
abbia avuto. I giovani vedono le cose in modo diverso dal nostro … e
vanno ascoltati, perché è il loro momento e spesso hanno ragione … bisogna
lasciarli parlare. Gli applausi mettevano più di un punto e virgola anche a
questo passaggio. Ed io che sono normalmente poco incline al battere delle mani
mi ci abbandonavo a ritmo incontrollato, solo scandito dal mio inconscio
esultante.
Sentirsi come lui si sente, ossia debole, peccatore,
talvolta titubante …. insomma un essere umano nel senso pieno della parola …
sentirlo chiederci di pregare per lui … ti dà indubbiamente più forza, perché
non sei più solo. E’ qui il segreto di aiutarci ad aiutare e così aiutarci, un
circolo non vizioso, un circolo prodigioso di crescita nel sano ed in pace.
Pensavo, mentre sentivo le sue parole, all’influenza anche
sui potenti delle sue parole, solo le sue parole, ossia non armi, non eserciti,
non blocchi commerciali, non ritorsioni, insomma solo pure parole (ma che
parole!). Pensavo alla lettera (o anche la telefonata?) a Putin per la guerra
intestina in Siria ed a ciò che ne conseguiva. La Russia, dichiarato fornitore
d’armi al regime di Assad, toglieva a Obama ed al seguace Hollande ogni ragione
di attacco. Erano le sue parole, riflettevo … che si sostituivano alle armi,
all’avidità dei loro venditori, al cieco ed inconsulto lanciare minacce. Ed
Obama non poteva se non rimaracare che Francesco suscita empatia … proprio così!
Ed ieri, i nostri cassintegrati del Sulcis
distrutto continuano a ritmare il loro continuo assedio al
palazzo della Regione con il battito dei loro caschi decorati da scritte e
firme, che sperano di cancellare così come quelli apposti sull’ingessatura di un
braccio, in attesa della guarigione. Ci sono giovani e meno giovani e, spesso, i
loro figli, che sanno più di italiano e che espongono la tristezza della loro
situazione e lo squallore di coloro che ci rappresentano e mascherano, con
menzogne, l’incapacità di risolverci i problemi.
E’ ricorrente nella stampa e, senza dubbio, prevalente nei
media di Sardegna, l’immagine di Francesco che riceve in dono un casco giallo,
che indossa e nel toglierlo toglie pure la papalina … quasi l’avesse voluto … a
significare che essa non era poi così essenziale!
La squadra di calcio del Cagliari sfilava la sera, prima
del commiato da Cagliari, ad ossequiare il papa e, se mal non ricordo, tutti si
inginocchiavano a baciare l’anello piscatorio che, rompendo la tradizione
secolare, non era più d’oro ma solo d’argento, pur mantenendo sempre l’effige di
Pietro pescatore.
E i giocatori, nell’esultanza della massa di presenze che
riempiva il largo Carlo Felice, la via Roma e la piazza Matteotti, quasi un
continuum con la folla assiepata sino a Bonaria, si avvicendavano, sia quello
con i capelli tagliati a cresta di elmetto della Grande Guerra, chi quello con
la coda, chi quello normale, ma tutti in abito scuro, cravatta e camicia bianca,
con il papa che infine riceveva in dono la maglietta con il numero nove.
Era anche questa una dimostrazione di affetto, più intensa forse di quella di
sola riverenza, era il suggello della personalità semplice di questo
straordinario papa.
Mancava solo una dimostrazione di tango, pensavo mentre
vedevo sfilare i giocatori. E’ risaputo, per averlo dichiarato lui, che
Francesco oltre al calcio, apprezza il tango nel suo profondo significato di
fusione della coppia in una intesa che è armonia.
Poi … questo papa … !
Mi sovveniva subito appresso dell’autista dell’autobus che
ci portava la mattina a Cagliari e che, al richiamo di una famigliola, lungo il
percorso del bus, ma lontano dalle fermate ufficiali, si fermava e, quasi a dar
maggior significato al suo gesto, oltre a profferire per il papa questo ed
altro … soggiungeva … e poi … questo papa!
Mancava solo l’applauso di tutti noi all’interno … ma il
sorriso stampato sul viso di tutti era molto più dell’applauso e l’autista poi
sembrava non volerlo … era del tutto normale per lui in un evento del genere e
lui si sentiva appagato, immagino, pur non assistendo direttamente ad esso,
ossia lontano anche dei maxischermi. Tutti eravamo compresi nell’atmosfera
eccezionale dell’evento e in quanto tali pregustavamo la pace che la giornata ci
avrebbe assicurato e non volevamo certo sminuirla con un applauso che sarebbe
risultato pura apparenza, non sostanza.
Ci ripensavo al rientro, quando nella foga di prendere il
bus, non prestavo attenzione a chi mi stava davanti e nel tentativo di superali
le gambe degli sgabelli, di nuovo in spalla, confliggevano con una coppia che,
mano nella mano, occupava tutta la larghezza del marciapiede, con la fila di bus
aderenti al suo bordo e l’altro lato confinata da folto cespuglio.
Al ricordo successivo mi sentivo in colpa … non avrei
dovuto insistere per superare la coppia serena e felice … avevo sminuito il
valore del messaggio di pace di Francesco!
Il pranzo,
rigorosamente sardo come l’arcivescovo di Cagliari, Miglio,
rivelerà ai media il lunedì, era al contempo semplice e gustoso come si addice
ai piatti consolidati da secoli di massaie. La fregola con i frutti di mare fa
parte a pieno titolo della nostra tavola marinara, i ravioli … beh … forse
ancora di più. E poi il maialetto, se mal non ricordo, quasi una meta per il
turista del continente che viene a visitare la nostra terra. Non c’erano insomma
piatti costosi, ricette ricercate, c’era solo ciò che alla domenica mangia il
sardo medio.
I vescovi tutti di Sardegna erano alla mensa in seminario,
come piace a Francesco: stare assieme ai suoi confratelli. Immagino, poi, perché
l’arcivescovo Miglio non è sceso in maggiori particolari, che al maialetto si
siano accompagnati ravanelli e cardi, verdure crude non tagliuzzate ma solo
lavate ed esposte intere, all’insegna della sobrietà che è sarda e di Francesco.
E, sicuramente, gli avranno offerto il mirto, ma, rivelava qualche gola
profonda, qualcuno aveva pensato bene di portargli un mate.
E, dopo il pranzo, una passeggiata, a ritmo sostenuto, con
la papa mobile attraverso molte vie di Cagliari, dal seminario a piazza d’Armi,
su a Buoncamino e da qui giù verso via Ospedale e poi al largo Carlo Felice, tra
l’entusiasmo della gente che, immagino, aveva subodorato anche questo fuori
programma del papa. Una passeggiata veloce, per arrivare in poco tempo a molta
altra gente, a molte altre parti della città, forse a molti che non si era
potuti spostare da casa.
Ed infine risale sul palco all’incrocio tra il largo Carlo
Felice e la via Roma, il palco dove la mattina aveva condiviso la tristezza
degli operai senza lavoro e risorse, metabolizzandola in parole di protesta,
nemmeno tanto mascherata, verso i responsabili dello stato di crisi profonda in
cui si dibatte l’Italia e, con una intensità mortale, nel Sulcis.
Ma ora è il turno dei giovani,
e sono tanti, assiepati sul Largo, la via Roma e la piazza
Matteotti, con i fortunati ai bordi del palco. Ed è con questi che il papa, da
loro sollecitato, si fa riprendere in numerose foto di gruppo che saranno
l’orgoglio delle parrocchie di questi giovani.
Dio sempre perdona … non abbiate timore … non fatevi
rubare la speranza … le esortazioni di Francesco si succedevano con un ritmo
incalzante, come si addice ai giovani e loro gli rivolgono la parola dandogli
del tu, come si fa oggi con un padre.
Molti i giovani prescelti per rivolgere la parola al papa,
per parlargli dei loro problemi come e più che a un padre, perché più di questi
lui conosce bene il tema e gli dà risposta e spinta reattiva al contempo. Si
immergeva in essi con loro, era uno di loro, aiutava ad aiutarsi per non
essere soli, a non farsi rubare la speranza, a rifuggire dai venditori
di morte, ad essere compatti in tutto ciò, per essere più forti e decisi.
E, noi, i genitori e nonni dei giovani, la vecchia
generazione, quella del papa, ci sentivamo alleviati nel compito di educare la
prole, ricevevamo anche noi la spinta e ci rafforzavamo nella speranza,
accompagnata e sostenuta dal convincimento, di riuscire nello scopo di
sostenerla soprattutto in tempi difficili quali quelli attuali. Ed assieme ai
giovani scandivamo, con entusiastici applausi, i passi pregnanti della
conversazione tra loro e Francesco e questi in verità non erano pochi. Era già
la modalità instauratasi tra il papa ed i giovani che era pregnante e,
conseguentemente tutto il conversare era pregnante, direi elettrizzante.
Ed, infine, più tardi dell’orario preventivato,
il papa si avviava, con l’arcivescovo Miglio nella la papa
mobile, ma a ritmo sostenuto, all’aeroporto, dove un Falcon della Repubblica
Italiana lo attendeva. Non aveva infatti voluto accettare se non il più piccolo
dei velivoli ufficiali, come pure aveva imposto che le auto al seguito fossero
le più comuni e una BMW 302 rappresentava il top.
Anche lungo questo tragitto veloce veniva applaudito da non
pochi capannelli formatisi nei circa dieci chilometri da Cagliari all’aeroporto
di Elmas e per tutti, pur seduto, aveva uno sguardo ed un saluto spontaneo.
Entrava nell’area dell’aeroporto e passava di fronte al
centro di accoglienza dei sempre più numerosi extracomunitari che sbarcano nelle
nostre coste e rinnova, con ripetuto agitare della mano destra con il pollice
levato, il saluto della mattina. Quando, all’arrivo, li aveva incontrati,
musulmani in maggioranza, nell’incertezza del loro futuro e nel timore di essere
estradati. E loro avevano applaudito, molti con le lacrime agli occhi, commossi,
entusiasti, felici di essere tenuti in considerazione.
Ed infine il commiato dalle autorità, governatore, sindaco,
capi di stato maggiore e comandante dell’aeroporto, tutti in rigorosa fila
perpendicolare al velivolo, sino al bordo scaletta. C’è uno scambio di parole
con tutti, con tutti i militari che al saluto militare fanno seguire la stretta
di mano con un inchino profondo che si avvicina al bacio dell’anello.
E, poi, sale le scalette e solo allora, vedendo l’immagine
televisiva, mi accorgevo che la sua tunica era semitrasparente e lasciava
infatti intravedere lo scuro dei pantaloni, il tutto completato dalla abituale
cartella di vecchia pelle nera e dalla scarpe contorte di contadino divenuto
papa per la gioia della chiesa, che è quella di tutta la comunità, non del solo
clero.
Marzo 1370. Un mercantile salpa dalla Spagna verso la penisola italica. La
navigazione si prospetta tranquilla, ma all’improvviso si scatena una
paurosa tempesta. La situazione si fa drammatica e l’equipaggio capisce di
non avere più speranze. Il capitano, per alleggerire la nave, ordina di
gettare in mare ogni cosa nella speranza di poter salvare almeno la vita
degli uomini dell’equipaggio. Rimangono a bordo solo l’equipaggio e i
viaggiatori.
All’improvviso, la
tempesta si placa, le nubi di diradano e ricompare il sole. Pieni di
sollievo per il pericolo scampato i marinai, guardando verso il mare, si
accorgono che di tutta la merce gettata in mare solo una enorme cassa
galleggia: nessuno sa che cosa contenga o a chi appartenga. Incuriositi,
cercano di recuperarla. Non ci riescono.
Il capitano cerca di
rimettersi in rotta, ma inutilmente: la nave segue misteriosamente quella
grossa cassa che, dopo qualche tempo, approda dolcemente sulla spiaggia
antistante il piccolo borgo di Bonaria, ai piedi di un convento di Frati
Mercedari. E da allora viene venerata come Nostra Signora di Bonaria,
proclamata nel 1908 da San Pio X Patrona massima della Sardegna. Così si
ricorda l’evento.
È il numero della generazione e della
reincarnazione. Numero dispari, è dinamico e attivo nella sua natura e nei
suoi effetti. Indica il periodo della gestazione, nove mesi per la nascita
di una nuova vita. Il nove seguendo all’otto, che indica uno stato limite, è
il superamento nella creazione. Il nove ha come proprietà la permanenza.
Infatti il numero nove torna sempre al suo stato antecedente e non si
trasforma mai veramente, conservando uno stato fisso e immutabile.
evolutivo dell’uomo. E’ dunque il simbolo della realizzazione.
E’ forse questo il
significato della ricorrenza del nove nel calcio quale numero magico?
Il Sulcis (Maurreddìa in
sardo)
è un territorio della
Sardegna
che si estende nella porzione sudoccidentale dell'isola, parte integrante
della regione storico-geografica del
Sulcis-Iglesiente.
Prende il nome dall'antica città
punica
di
Sulki
o Sulci, oggi
Sant'Antioco.
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